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Monumenti Licata – Storia del Castel Sant’Angelo

Castel Sant’Angelo fa parte dell’antico sistema di avvistamento che si estende lungo tutto il litorale licatese. Nasce infatti su una precedente torre di avvistamento realizzata alla fine del ‘500, è situato sulla sommità della del “monte Ecnomo” suo nome antico, oggi monte Sant’Angelo.

La costruzione del castello inizia nel 1615 sotto la dominazione spagnola, aspetti visibili si riscontrano anche nell’architettura della struttura; è infatti un esempio di fortezza barocca, uno dei pochi costruito in Sicilia.

Il “forte” nasce dunque per scopi militari; circondato da un fossato, all’interno ospitava soldati, magazzini e stalle. Alle sommità perimetrali erano stati adibiti dei punti di vedetta, vista la posizione strategia da cui era possibile avere un’ampia panoramica; nelle giornate limpide è possibile vedere ad occhio nudo le coste del ragusano.

Nel corso dei secoli il castello ha mutato la sua funzione, per diventare nel 1969 luogo di particolare interesse artistico e storico.

 




 

Negli anni ’80 è stato oggetto di restauro, oggi il castello è un museo etnologico visitabile gratuitamente.

Cenni storici:

“La montagna” così chiamata dai licatesi, è un importante sito archeologico dove sono stati ritrovati reperti di diverse epoche. Sul “monte Ecnomo”, sin dall’antichità si sono stabiliti insediamenti umani, ha rappresento nei secoli il centro della città; in zona sono presenti altri reperti archeologici, come la Grangela, la cui prima costruzione risale all’eta ellenistica.Nel corso dei secoli la città si è andata sviluppando verso il mare.

Molti dei reperti erano custoditi nel museo archeologico di Licata, rimasto chiuso dopo il restauro e la cui mancata riapertura sembra legata più a questioni burocratiche.

Nel 256 a.c. il mare antistante Licata è stato teatro di una grande battaglia navale tra Roma e Cartagine; fu ribattezzata la “battaglia di Capo Ecnomo”, il contesto era quello della prima guerra punica.

Il castello è fruibile al pubblico tutti i giorni, dal lunedì al sabato, solo la mattina.

 

Le foto della gallery sono state inviate da alcuni amici di Licata in Rete; a Elena, Mary, Sabrina, Ezio e Roberto va il nostro ringraziamento.

 

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La storia di uno dei simboli di Licata

Sfatiamo subito un mito.
Quello di Licata non è, ufficialmente, il terzo faro più alto d’Italia.

I suoi 40 metri di altezza sono infatti superati da Genova (77 metri), dal faro di Punta Penna (70 metri) e dal faro della Vittoria di Trieste (68 metri).
Quello di Licata resta comunque uno dei più alti in Europa, visto che è uno dei pochi la cui base è al livello del mare; molti fari infatti sono stati costruiti su alture in modo da elevarne la “potenza”.

La luce emanata dal faro di Licata è visibile per 21 miglia marine (circa 38 km) anche se nel corso degli anni l’intensità è stata gradualmente ridotta; parziale dismissione dei fari ed evoluzione dei sistemi di navigazione sono le principali cause.
Resta comunque un punto di riferimento per le imbarcazioni che solcano il mar Mediterraneo.




 
Progettato da Antonino Davanteri, è stato costruito nel 1895.
Prende il nome di faro “San Giacomo” dall’omonimo castello che sorgeva nelle sue adiacenze, castello tra i più importanti di Sicilia e (assurdamente) distrutto tra il 1870 e il 1929 per la costruzione del porto commerciale. Il faro ha una struttura molto semplice con una forma cubica e rivestito di muratura bianca.
I 40 metri di altezza vengono raggiunti con una scalinata composta da circa 170 gradini, esclusi quelli esterni.

Il faro è un sicuro simbolo della città, visibile non solo dal mare; per chi arriva da Gela è uno dei primi “segnali” che annuncia l’imminente arrivo a Licata.
Come in tante altre circostanze, quella dei fari oggi ha una valenza più turistica che funzionale.
Il faro San Giacomo, soprattutto negli ultimi tempi, è stato aperto al pubblico riscuotendo un grande successo.
Sono tanti i visitatori che hanno potuto ammirare i suoi “panorami” unici.

Le visite non hanno una cadenza regolare ma sono organizzate in modo saltuario.

 

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Un tesoro “dimenticato” per molto tempo, che solo da qualche decennio ha avuto il giusto riconoscimento.
Parliamo della chiesa rupestre di San Calogero, importante complesso religioso di rara eccezionalità, e inserito all’interno di un nucleo medievale decisamente più ampio che interessava quartieri adiacenti come Santa Maria, San Paolo, piano San Calogero e Cotturo.
La chiesa rupestre è inoltre inserita (anche se realizzata diversi secoli più tardi) nel più vasto complesso archeologico di monte sant’Angelo, nelle adiacenze dell’antica Finziade, primo nucleo abitativo di Licata.
 




 
Costruita in due fasi, la prima, scavata interamente nella roccia e nucleo originario della chiesa, risale molto probabilmente al all’alto medioevo. La seconda, realizzata in muratura a ridosso delle grotte, ha una datazione approssimativa al periodo rinascimentale, anche se questa parte non è più esistente. La chiesa, scavata nella roccia, si sviluppa su due livelli; nel primo sono state rinvenute tracce di un affresco raffigurante, come riportato dal gruppo archeologico Finziade, il volto di un monaco con ciuffi di capelli sulle tempie e sulla fronte. Secondo gli esperti potrebbe trattarsi di un’iconografia di San Calogero, un monaco eremita, o forse di Sant’Antonio Abate, fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.
Visto lo stato precario dell’affresco, ricoperto da un successivo strato di intonaco, non è stata possibile fornire una datazione certa circa la sua realizzazione. La chiesa, tra l’altro non unica nel suo genere a Licata, in passato ha rivestito un ruolo molto importante per il culto del cristianesimo, che in quel periodo prendeva piede in Sicilia.
La chiesa, che si trova a ridosso della più recente chiesa di Pompei, ha subito importanti danneggiamenti durante la seconda guerra mondiale a causa dei bombardamenti.

Pochi anni dopo la parte in muratura, anche a causa dei danni subiti, è stata demolita per ospitare un asilo. Anche questa opera è stata demolita negli anni ’90 grazie all’intervento della Soprintendenza, restituendo così la quasi originaria bellezza. L’area, che versava in stato di abbandono, è stata ripulita e recuperata grazie al lavoro del Gruppo Archeologico Finziade, cui per un periodo è stato affidato l’importante sito archeologico.

Oggi l’area è tornata ad essere di proprietà della curia, il sito non è visitabile ed è stato al centro di polemiche per l’utilizzo inappropriato dello spazio antistante la chiesa, utilizzo come parcheggio per i fedeli della vicina chiesa di Pompei.

(Fonte foto: Gruppo Archeologico Finziade)

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Monumenti Licata – Le informazioni sui rifugi anti-aerei

Monumenti Licata i rifugi anti-aerei. Tra le opere sotterranee presenti a Licata si annoverano i rifugi anti-aerei; sono una serie di cunicoli che si sviluppano sotto il centro storico della città.




Proprio sopra di essi si trovava Castel Nuovo, di cui oggi rimangono pochissime tracce e su cui è sorto l’attuale “Quartiere”. È dunque molto probabile che i cuniculi servissero, all’occorrenza, per sfuggire agli invasori che arrivano in città dal mare.
È invece certo l’utilizzo che le gallerie hanno avuto in epoca recente, soprattutto durante la seconda guerra mondiale; quello, appunto, di rifugi anti-aerei.
A Licata, il 10 luglio 1943, è avvenuto lo sbarco alleato, provocando intensi bombardamenti aerei sulla città. La popolazione utilizzava dunque queste gallerie per trovare riparo.
I rifugi erano originariamente collegati al pozzo della Grangela, la costruzione di via Marconi alla fine del XIX secolo ha diviso in due la galleria.
Per le visite del sito, l’accesso avviene da via Marconi, un altro accesso, non aperto al pubblico, si trova nel quartiere Marina al “piano delle Palme”.
Per visitare i rifugi anti-aerei contattare il gruppo Archeologico Finziade.
www.finziade.it
Pagina Facebook gruppo Archeologico Finziade

Alcune foto dei rifugi anti-aerei

 

 

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Monumenti Licata – Le informazioni sulla Grangela

Monumenti Licata Grangela: è uno dei siti di maggiore interesse a Licata ed è fruibile al pubblico solo da pochi anni.
La Grangela è un’opera idraulica risalente, probabilmente, al periodo pre-ellenico. La struttura, che si trova in pieno centro storico, inizialmente era costituita da un pozzo scavato nella roccia profondo 18 metri, e che serviva dunque per l’approvvigionamento idrico. Nel pozzo, posizionate a quote differenti, si trovano 3 finestre; quando l’acqua scarseggiava, soprattutto nei mesi estivi, si attingeva dalla finestra posta in basso. Nei periodi in cui il pozzo aveva una quantità di acqua maggiore, era possibile utilizzare le altre due finestre poste più in alto.




Nel corso dei secoli la struttura ha subito alcune modifiche; nei pressi del pozzo originario sono stati scavati, sempre nella roccia, quattro cunicoli, ma solamente uno è quello oggi percorribile, anche se alla fine del XIX secolo è stato tagliato in due dalla costruzione dell’attuale via Marconi.
La galleria, in origine, conduceva fino all’attuale “Piano delle palme” nel quartiere Marina.

 

 

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