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Licatesi illustri – Gloria Peritore, #lacombattente

Ci sono persone che nascono per combattere, e a Licata è nata Gloria Peritore.

Quella di Gloria è una favola, che dopo la recente seconda vittoria al Oktagon inizia a prendere sfumature di leggenda. Classe 1988, operatrice nel settore della moda e sul tetto del mondo nella kickboxing, quasi per caso.

A undici anni si è dedicata alla pallamano, arrivando a buoni risultati e disputando campionati in serie A2. Sceglie di studiare a Firenze, dove non trova una squadra, se non distante (a Pontassieve).




 
Due anni dopo ripiega, suo malgrado, sulle palestre, provando di tutto, cercando qualcosa che la entusiasmasse. Approda alla kick boxing senza quasi sapere cos’è, a 21 anni, chiedendosi perfino se non fosse tardi per iniziare. Invece è potente, vivace, determinata ed ha una forza “resilente” ovvero di quelle che riprendono forma dopo aver subito il colpo: la forza del guerriero, che non scalfisce la sua natura dolce, bensì se ne nutre.

Gloria vuole vincere – da subito – e nei suoi primi incontri lo vuole così tanto da perdere, per eccesso di contatto. Prende coscienza che parte delle sconfitte sono dovute alla paura di affrontare e gestire il dolore, ed addestrando mente e corpo a superare queste preoccupazioni, arrivano le rivincite e le consacrazioni, tra cui la più importante: l’esordio da professionista nel 2013.
Nel 2014 conquista l’oro in Spagna ai campionati mondiali, nel 2015 vince l’edizione di Oktagon nella categoria -57 Kg. Lo scorso 16 aprile al Pala Alpitour di Torino si riconferma campionessa di categoria all’Oktagon mandando a KO l’avversaria.
Due vittorie consecutive ad Oktagon fanno di Gloria una delle fighter più forti al mondo, che oltre ad elettrizzanti successi sta regalando a tutti un splendido messaggio di grinta e coraggio.

La storia della kick boxing e delle arti marziali è molto lunga e non si presta a facili spiegazioni. Indubbiamente ogni disciplina, a prescindere dalla finalità perseguita, porta ad percorso personale di riflessione e l’esempio di Gloria incoraggia altre persone – soprattutto ragazze – a dare il meglio di se in ogni preciso istante.

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Ieri 29 Marzo all’Istituto d’Istruzione Superiore  Fermi di Licata guidato dalla Dirigente Scolastica Amelia Porrello nei locali dell’Aula Magna, ha avuto luogo un incontro sulla condizione femminile nella società odierna, coordinato dalla Referente alle Pari Opportunità Prof.ssa Laura Pintacrona.
Ospite d’onore è stata la Professoressa di Fisica Sperimentale presso il Dipartimento di Fisica ed Astronomia di “E. Majorana”, Università degli studi di Catania , Istituto Nazionale di Fisica Nucleare , Sezione di Catania che ha raccontato di sé  agli studenti e alle studentesse attraverso una presentazione dal titolo “Esperienza di una Ricercatrice. Vivere la Fisica al femminile.” La sua passione per la matematica insieme a quella per la fantascienza nasce in tenera età.
 




 
Di origini licatesi, si trasferisce a Catania con la famiglia e sceglie di proseguire gli studi al Liceo Scientifico Boggio Lera. Si laurea in Fisica e inizia il suo percorso di Ricercatrice facendo esperimenti presso il Laboratorio Nazionale di Legnaro (Pd). Si ritrova ad essere l’unica donna in un gruppo tutto maschile, dove dice di non essersi mai sentita discriminata ma di  aver notato che in sua presenza  i colleghi si pongono spesso dei “freni”,  anche nel linguaggio, in contesti extra-lavorativi.  Dal 1988 al 1990 è impegnata nella ricerca per un Rivelatore di neutroni e nel frattempo dà alla luce la sua prima figlia che cambia gli equilibri familiari.
E’ da questo momento che si rende conto che sarà un po’ più faticoso perseguire i suoi sogni di ricercatrice, conciliando la sua famiglia con la sua frenetica vita sempre in giro per il mondo. Dal 1990 al 1995 la sua esperienza lavorativa si svolge in America a Berkeley in California. Nel 1994 arriva il suo secondo figlio.  Dal 1996 al 2000 lavora a Brookhaven National Laboratory nel Long Island. Dal 1996 ad oggi la sua attività di Ricercatrice continua al CERN (Centro Europeo Ricerche Nucleari) di Ginevra, dove studiano e lavorano circa 10.000 scienziati di tutto il mondo.  Lavora al  Rivelatore Compact Muon Solenoid alto 15 metri  localizzato  in una caverna a 100 metri sotto terra. Nel 2012 era tra i ricercatori del CMS che insieme a quelli di Atlas hanno fatto la scoperta del cosiddetto Bosone di Higgs, che ha contribuito al conferimento del premio Nobel per la Fisica al britannico Peter Higgs e al belga Francois Englert. Delle sue esperienze di Ricerca con altri scienziati riferisce con orgoglio che la scienza è in grado di unire tutti, superando barriere che possono sembrare invalicabili.

Negli ambienti della ricerca scientifici, anche se il numero delle donne è molto inferiore rispetto a quello maschile non vi è distinzione di sesso, religione o etnia. Emerge, però,  che il numero di ragazze che in Europa seguano le materie scientifiche siano ancora solo il 38 % e questo non dipende dalla loro bravura ma indubbiamente dagli stereotipi culturali. Se il mondo della Ricerca è più paritario, quello Accademico è ancora indubbiamente più maschilista. Il comitato delle Pari Opportunità  dall’Analisi di genere e generazionale del 2015 ha rilevato che le scienziate sono ancora meno numerose degli scienziati,  molto probabilmente per pregiudizi inconsapevoli che ancora ne limitano l’accesso in determinati settori. Tra le sue slides mostra una foto risalente al 2017, che ritrae un gruppo di tante donne scienziate con un solo uomo ,  in occasione del Congresso della Società Italiana di Fisica. La foto è fatta ad arte,  in contrapposizione alla famosa foto del 1927 in cui tra tanti scienziati vi era un’unica donna Marie Curie. Ciò dimostra che se vengono fatte certe campagne di sensibilizzazione, ancora la parità, anche negli ambienti culturali più alti, di fatto,  non esiste.

La Professoressa Tuvè mostra grande passione nel parlare di Fisica, raccontando agli studenti e alle studentesse che è importante ed esaltante poter dire “io c’ero” per scoperte della Fisica che poi vengono utilizzate anche nel campo della Medicina, migliorando la qualità della vita dell’uomo. Parla inoltre di ambiente e di sostenibilità sottolineando che la Politica nelle proprie scelte deve tener conto dello studio e dei sacrifici della Scienza. Le sue parole e la sua storia di impegno, studio e successo sono state incoraggianti verso tutti, ma soprattutto d’ispirazione per molte ragazze. Ha ribadito più volte che la chiave del successo sta anche nella famiglia, nell’ambiente circostante che dev’essere sempre di stimolo e supporto quando ci si pongono obiettivi ambiziosi.

Cettina Callea

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La storia che vi stiamo per raccontare non ha un lieto fine. Almeno in teoria.
Il protagonista di questa storia è Vincenzo Di Salvo, giovane sindacalista licatese ucciso dalla mafia.
Vincenzo però, a distanza di tanti anni, vive nel ricordo di quanti gli hanno voluto bene: amici, colleghi e familiari. E gente comune, persone per cui Vincenzo è un simbolo, un esempio da tramandare.
Perché la mafia è una triste e grave piaga che attanaglia la nostra terra, che ne condiziona lo sviluppo e la crescita.

Vincenzo Di Salvo nasce a Licata il 5 novembre 1922. Ha una famiglia, è padre di due figli; ha un lavoro presso una ditta dove svolge anche funzioni sindacali. Ed è proprio in questo aspetto che si configura il suo omicidio.
Erano giorni turbolenti quelli precedenti all’omicidio, avvenuto il 17 marzo 1958 in via Marconi.
Erano giorni in cui i lavoratori dei cantieri protestavano compatti per chiedere il pagamento degli stipendi ed il rispetto degli accordi di lavoro. Vincenzo era li in testa, a difendere i suoi ed i diritti dei suoi colleghi.
Le proteste costrinsero la ditta Jacona a sedersi ad un tavolo e cedere, almeno sulla carta, alle pretese dei lavoratori.




È proprio in questi giorni che nei cantieri si vedono losche figure, tra le quali quella di Salvatore Puzzo; una fedina penale non proprio limpida la sua, diversi precedenti penali e indiziato di associazione mafiosa.
Salvatore Puzzo era solito intimidire i manifestanti, cercando di farli desistere dalla pretesa di vedere rispettati i propri diritti. Il giorno dell’omicidio i lavoratori erano riuniti sotto il palazzo di Città, in attesa del ragioniere che avrebbe dovuto pagare le spettanze. Ciò non accade, provocando ovviamente malcontento tra le persone.
Sono gli ultimi istanti di vita di Vincenzo. Mentre con amici e colleghi si allontanava, veniva raggiunto da Puzzo che inveendogli contro, dopo un acceso diverbio estrasse la pistola e fece fuoco contro Vincenzo Di Salvo.
E in quelle ore accadde qualcosa che a Licata era abbastanza sconosciuto: venne abbattuto il muro dell’omertà.
Tante le persone che raccontarono come si svolsero i fatti, tante le persone che accusarono Puzzo di essere esecutore dell’omicidio e di aver turbato i lavoratori nei giorni precedenti.




A distanza di sessant’anni è stata l’associazione A Testa Alta ad aver tirato fuori dagli archivi questa storia; è merito di questa associazione se oggi, Vincenzo Di Salvo, viene ricordato come è giusto ricordarlo: da eroe. Perché gli eroi sono coloro che hanno il coraggio di ribellarsi a chi crede di vincere con i soprusi o, semplicemente, che si sentono “sperti”.
Vincenzo oggi è un eroe da far conoscere soprattutto ai più giovani, Puzzo è solo un criminale, un codardo che ha anche tentato la latitanza dopo l’omicidio ma che pochi giorni dopo è stato arrestato nei pressi di Frosinone.
Vincenzo Di Salvo, insieme a Salvatore Bennici, ucciso dalla mafia per essersi ribellato al racket, sono gli esempio che dobbiamo custodire gelosamente e tramandare di generazione in generazione.

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Licatesi illustri – Raimondo Saverino, #ilpartigiano

Era di Licata e lo fucilarono i fascisti in una piazza della Liguria. Raimondo Severino, classe 1923, ha combattuto giovanissimo la Seconda Guerra Mondiale col 241° Reggimento Fanteria “Imperia”, fu colpito in Grecia e rimpatriato.

Appena guarito fu riassegnato alla caserma “Piave” di Genova. Vigoroso e agile, appena saputo dell’armistizio se ne andò sui colli genovesi per unirsi ai partigiani della brigata “Cichero. Prese il nome di battaglia “Severino” e si fece conoscere da tutti per il suo intrepido coraggio.
I tedeschi lo catturarono durante un rastrellamento, ma lui riuscì a fuggire e a tornare dai suoi compagni, i nazisti lo catturarono di nuovo, lo trovarono sui monti della Rondara, appena sopra Chiavari, era il 21 Maggio del 1944.




Lo riconobbero e lo torturarono, per ricavare informazioni sulla resistenza ligure. Lo legarono e continuarono a chiedergli: « Dov’è la tua banda? Dov’è il tuo Comandante? Dicci dov’è e ti liberiamo ».
Disse sempre e solo due parole nel suo dialetto: « Nun u sacciu ».
E allora fu portato sulla piazza principale di Borzonasca e fucilato di fronte alla chiesa del paese. Gli spararono come a un bersaglio: sui piedi, sulle gambe e man mano più alto.

Il corpo di Raimondo Severino rimase tre giorni sulla piazza a scopo intimidatorio, fu il primo caduto della “Cichero”.

Licata ha dedicato al suo eroismo, al suo essere stato così profondamente antifascista, un monumento ed un circolo.
Su facebook è attiva una pagina dedicata a Raimondo Saverino.

Raimondo Saverino – Facebook page

 

 

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Pino Cuttaia sarà ospite alla serata finale di MasterChef in onda su SkyUno l’8 marzo a partire dalle 21.30. Un’eccellenza tutta licatese, per altro non nuova a presenze televisive di risonanza nazionale, si metterà in mostra in occasione dell’ultimo appuntamento del celebre show televisivo, dando lustro – come sempre – alle tradizioni, ai sapori e alla memoria della terra natìa.




«Masterchef, un gioco? Per i ragazzi in gara non lo è.  Per loro è una vera e propria competizione. Nel caso del mio piatto la difficoltà stava nella temperatura oltre che una sfida di manualità. La televisione fa male se c’è troppa speculazione. Ma se c’è la giusta comunicazione, educa. Sono gli eccessi che non funzionano». 

Queste le parole dello chef bistellato in un articolo del Messaggero, ovviamente soddisfatto per la partecipazione, e come sempre pronto alle sfide. Appuntamento per l’8 marzo dunque per la prima visione; la serata sarà in seguito visibile in chiaro su Cielo.

Fonte foto: Unisg.it

  

 

 

  

 

 

  

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Clotilde è morta nel rogo della Triangle Shirtwaist Company a New York.

È opinione diffusa che ci sia questo evento drammatico dietro l’istituzione della “giornata internazionale delle donne”. 
L’incendio, avvenuto il 25 marzo e non l’8, fu semmai uno dei simboli nella rivendicazione dei diritti da parte delle operaie. La prima “festa della donna” fu celebrata nel 1909 negli Stati Uniti dal Partito socialista; nacque il Woman’s Day, giornata istituita in favore del diritto di voto femminile. Negli anni successivi in diversi Paesi si istituirono autonomamente giornate dedicate alle donne: dalla Danimarca alla Svizzera, dagli Stati Uniti alla Russia.




Nel 1914 la giornata internazionale della donna viene festeggiata l’8 marzo, tre anni più tardi una grande manifestazione delle donne contro la guerra avviene a San Pietroburgo.
Tutte queste manifestazioni, che poi portano alla definitiva istituzione delle giornata, hanno due elementi in comune: le donne e le rivendicazioni.

Il racconto che segue è un mix tra fatti realmente accaduti e fantasia, ciò che forse Clotilde ha pensato all’inizio del suo lungo viaggio e negli attimi prima della sua morte.

 

(Di Cettina Callea)
Era solo una dei tanti Clotilde , quel mattino al porto di Napoli, insieme a suo fratello Ignazio. C’era freddo e aveva un po’ di paura, ma ormai era lì, pronta a varcare i mari e ad affrontare i pericoli e le incognite di una nuova vita . Erano i suoi sogni di ventenne che le davano forza. Lei non era mai uscita da Licata e di New York sapeva che le strade erano molto grandi e i palazzi enormi, con tante fabbriche , pronta a offrir lavoro a tanti sfortunati come lei. A Napoli ci era arrivata con la Littorina assieme a suo fratello Ignazio. Si toglievano quattro anni con Ignazio e lei che era brava “fimmina di casa” lo aveva sempre accudito.

  • “Clotì, Clotì! U vidi cchè ranni ssa navi!!! Disse Ignazio eccitato per la vista di quell’enorme mezzo.

  • “Sì –e pure il nome ha bello! “Madonna”. Voli diri che a Vergini Santa n’accumpagna ‘Gnazì!

Era di buon auspicio il nome della Madre Santa per loro e per gli altri. La Madonna li avrebbe protetti e portati in salvo oltre l’oceano. Clotilde era sempre stata devota alla Madonna Addolorata, perché la vedeva forte, con quella spada conficcata nel cuore , più forte del doloroso destino che Dio le aveva preparato. Invece al suo destino di povertà Clotilde voleva sfuggire per costruirsene uno migliore. Ecco perché, nonostante il cuore le battesse forte forte, era lì quel giorno a Napoli col suo fratuzzo, per emigrare nel Nuovo Mondo. Era il 17 di Dicembre del 1907. Avrebbero passato il Natale sulla nave. Ch’era bello il Natale a casa sua con l’odore di minnulati, mastazzoli e vino cotto che si spargeva per le case e per le vie, la pastorale e le ciaramedde.

Ma ormai erano solo ricordi. Quando Ignazio era triste perché sentiva la mancanza dei ragazzi del paese, Clotilde lo consolava come aveva sempre fatto. “Un ti scantari, Gnazì, appena vuscammu un pocu di dinari, appò turnammu a Licata e campammu comu i signori!”

Il 31 Dicembre 1907, dopo un viaggio estenuante la ragazza e il fratello sbarcarono a Ellis Island, e lì furono perquisiti, controllati, identificati, numerati.




Furono giorni duri. New York era troppo fredda e troppo grande. E lei sentiva tanta solitudine e tanta nostalgia. Spesso pensava alla sua infanzia, trascorsa a Licata, nella sua terra baciata dal sole e lambita dal mare, alle viuzze che da bambina la videro spensierata, ai campi immensi di grano dorato nelle giornate di maggio. Niente sarebbe più stato come prima, adesso era lì e doveva trovarsi un lavoro. Un giorno le dissero che c’era una fabbrica dove avevano bisogno di operaie capaci di cucire, e lei era brava. Glielo aveva insegnato la nonna. Poteva essere la sua occasione e poi c’erano già delle Italiane che lavoravano là e almeno le sarebbe venuto facile parlare. Con l’inglese non andava troppo bene all’inizio. La trovava una lingua strana, si scriveva in un modo e si leggeva in un altro TRIANGLE FACTORY, c’era scritto sull’insegna della fabbrica ma tutti dicevano traiangol factori . Il triangolo c’entrava qualche cosa, ma factory che c’entrava con la fabbrica?….non era una fattoria!!!

Il palazzo era alto alto, anzi altissimo e lei non aveva mai visto qualcosa di simile . A Licata c’era solo il Faro che a lei piccola piccola pareva un gigante, ma il Palazzone di Washington Place era ancora più enorme.

Lei aveva abitato a “casa vascia”, e con un passo fuori dall’uscio era già in mezzo alla strada a giocare con le amiche, e con lei, sempre Ignazino “manu, manuzza”. Come doveva arrivarci lassù, la fabbrica si trovava all’ottavo, al nono e al decimo piano. Sarebbe arrivata già stanca a fare tutte quelle scale. La rassicurarono subito che c’era l’elevatore in quel palazzo, una sorta di stanza mobile che faceva su e giù. Un’altra diavoleria americana, pensò Clotilde che stava vedendo cose che non aveva visto mai come aveva detto la Munachedda Santa.

Si abituò anche all’elevatore Clotilde, e ogni mattina salutava gli operai assonnati che si fermavano all’ottavo e al nono piano. Lei si fermava al decimo e riscendeva giù nel tardo pomeriggio. E così era ogni giorno, a volte anche la Domenica.

La Triangle Company era una compagnia che dava lavoro a tanti immigrati, soprattutto Russi e Italiani. Era un giorno di primavera, un Sabato pomeriggio, ma c’erano molte consegne da fare. Tanti negozi richiedevano quelle camicette all’ultima moda ed era necessario produrre il più possibile – così dicevano i due ricchissimi proprietari Mr Harris e Mr Blanck. Ma pazienza.
Finalmente stava per finire un’altra settimana di duro lavoro e poi a casa. E’ vero, lavoravano troppo lei e tutti gli altri, ma almeno avevano un pezzo di pane sotto i denti e qualche dollaro da parte. Avevano anche scioperato qualche volta. Lei, prima d’allora, non lo sapeva cos’era lo sciopero. “Strike”, lo chiamavano gli Americani, ed era una rivolta pacifica dei lavoratori per avere più diritti, le dissero.




Lei non lo sapeva bene cos’erano i diritti, però erano una cosa giusta, si capiva pure dal nome. Rights! Per questo aveva manifestato pure lei. Ma ormai era alla fine. Avrebbe lavorato fino al Sabato successivo, perché tre settimane dopo si sarebbe sposata. Finalmente! Aveva l’età giusta per sposarsi, anche se al paese alla sua età tante ragazze erano già madri di famiglia. Ma il tempo c’era.
In fondo aveva solo ventitrè anni e davanti a sé, tanto, tanto tempo. Tempo …. No. Odore di fumo, fuoco. Tempo non ce n’era più. Solo 18 minuti e tutto sarebbe finito per lei. Ogni suo progetto sarebbe crollato, ogni suo sogno distrutto. L’odore soffocante del fumo si espanse dall’ottavo piano, dove una scintilla, solo una, da lì a poco, avrebbe bruciato le camicie e poi le persone. Rapidamente l’incendio si propagò e raggiunse anche il decimo piano. Una testimone racconta di averla vista Clotilde, nella sua disperazione. Correva da una finestra all’altra, strappandosi i capelli, sperando di trovare una via di scampo. “Non posso rimanere qui, intrappolata come un topo, è stato così faticoso arrivare in America, io sono coraggiosa, ho sfidato l’oceano, ho lasciato la mia terra, il mare, il sole caldo e l’aria pura. Non posso morire bruciata. Dio, aiutami!!! Non respiro più, soffoco, mi manca l’aria, non posso restare qui, sono troppo in alto, Madonna, aiutami tu! Devo salvarmi, devo salvarmi!

I pompieri di sotto avranno steso qualche telo per salvare noi che stiamo quassù. L’acqua non arriva, sono troppo corte le scale. Non voglio bruciare, non posso bruciare. Non voglio morire! La finestra, solo la finestra potrà salvarmi. Gesù, Giuseppe e Maria siate la salvezza dell’anima mia!” Disse la sua preghiera e si lanciò. Ma sulla strada nessuno aveva steso un telo. Nessuno. I passanti pensavano che qualcuno volesse salvare balle di tessuto pregiato. Nei pochi secondi del volo della morte i passanti capirono, inorriditi, che la vista li aveva ingannati. I tonfi su Washington Place svelarono la tragica realtà.
Erano corpi, non stoffa. E tra quei corpi senza vita c’era anche Clotilde, sfigurata dalla caduta. Così terminò la breve vita di Clotilde, figlia di Licata, emigrata a New York. Il suo cadavere fu riconosciuto dalla sorella Rosa e seppellito all’Holy Cemetery di New York il 28 Marzo 1911.

Cose su Licata licatesi celebri

“Franca Incorvaia è una ragazza dai tratti minuti, dal corpo snello e dai capelli corvini. È nata a Licata nel ’37 e risiede a Catania. È stata eletta Miss Sicilia nell’agosto scorso a Catania ed ha partecipato al concorso di Rimini senza piazzarsi. È di carattere tranquillo, senza troppi grilli in capo e non sente grande attrazione per la carriera del cinema che tuttavia finirà per seguire. Non è fidanzata ed è l’unica figlia di un commerciante di mobili che abita a Licata ed al quale essa si è affrettata a telegrafare la bella notizia”.

Scriveva così La Stampa nel settembre 1955, all’indomani della discussa elezione della licatese alla finale di Miss Mondo, che quell’anno si terrà a Londra.
Il verdetto infatti è arrivato dopo sei votazioni della giuria, tante polemiche sopratutto per 3 concorrenti escluse e date per favorite alla vigilia della selezione.




Continua così l’articolo de La Stampa: “Un po’ commossa, Franca Incorvaia ha sfilato, sola, sulla pedana ed ha ricevuto la <sciarpa blu> con su scritto Italy che Franca Marzi le ha passato al collo dandole il rituale bacio d’augurio”.
Un futuro, quello di Franca, che la porterà in giro per le parecchie serate organizzate in suo onore in giro per l’Italia. Seguirà una fase preparatoria al concorso dove le verrà insegnato un po’ di inglese, in una scuola di ballo le saranno impartite delle lezioni per rendere più armoniose le sue movenze.
Si legge poi di come, a prescindere dal successo al concorso, una casa cinematografica ha già offerto a Franca una parte in un film: Le ragazze della domenica, al quale parteciperanno Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, giusto per citare alcuni del cast.

Una storia che non sappiamo poi come sia andata, abbiamo cercato (senza successo) informazioni sia sul film che sull’esito del concorso.
Resta però il sogno di una diciottenne licatese che ha rappresentato l’Italia a Miss Mondo.

Accadde oggi a Licata licatesi celebri

Ci sono fatti di cui non vorremmo mai parlare ma che, una volta accaduti, non possono essere trascurati ma anzi meritano una notevole attenzione.
Non avremmo mai voluto parlare di Salvatore Bennici come vittima di mafia, avremmo voluto parlare di lui e con lui in merito alle denunce fatte contro chi minava la sua serenità personale e lavorativa.
Il 25 giugno 1994 Salvatore Bennici veniva assassinato dalla mafia per essersi rifiutato di pagare il pizzo, prima dell’omicidio era stato vittima di due diversi atti intimidatori, prontamente denunciati ma che purtroppo non gli ha permesso di evitare il peggio.
Prima l’incendio di un escavatore, quello del portone di casa qualche giorno dopo, fatti che non hanno piegato Salvatore, ostinato a proseguire per la sua strada.
La sua “colpa” è stata quella di aggiudicarsi onestamente un appalto per lavori sulla rete fognaria di Palma di Montechiaro, lavori che ha voluto portare avanti senza cedere ai ricatti delle cosche.





È mattino, Salvatore Bennici si reca nel suo cantiere di via Palma a Licata in compagnia del figlio, ad attenderli però ci sono 2 sicari che in pochi minuti esplodono 4 colpi di pistola verso l’imprenditore, costringendo il figlio ad assistere all’esecuzione.
Inutili i tentativi di rianimarlo una volta giunti in ospedale, dove purtroppo viene constatata la morte.

A distanza di tanti anni, è l’associazione “A Testa alta”, fortemente impegnata nel contrasto alle illegalità e alle logiche mafiose, a dare il giusto ricordo ad una persona che ha pagato con la vita il prezzo dell’onestà.
Nel 2014, proprio sul luogo dove è stato commesso l’omicidio, è stata apposta una targa commemorativa che, oltre a ricordare la figura di Salvatore Bennici, vuole promuovere la ribellione verso ogni sopruso perpretato dai mafiosi, in una terra come la Sicilia dove la mafia ha dominato e continua a farlo con arroganza e prepotenza, continuando a frenare ogni velleità di sviluppo economico e culturale.

Se ai nostri giorni si continua a lasciare la terra natia perché non c’è lavoro, dobbiamo vedere in noi stessi i responsabili, complici con i nostri silenzi e con i nostri voti di permettere che questo squallido sistema continui.
La mafia purtroppo esiste, si evolve e condiziona pesantemente le nostre vite, non possiamo permettere che quello di Salvatore Bennici, di Libero Grassi, di tutte le persone che si sono ribellate al racket resti un sacrificio invano.

Non possiamo permetterlo se vogliamo che la nostra terra cresca e se vogliamo essere persone realmente libere.

(Fonte foto: A Testa Alta)

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Licatesi illusti – Angelo Italia #architetto

Uno dei protagonisti del Barocco in Sicilia.
Angelo Italia, nato a Licata l’8 maggio 1628 è stato uno dei principali architetti della seconda metà del ‘600, realizzando diversi progetti soprattutto in Sicilia.

È grazie al lavoro del padre, mastro muratore e appaltatore, che entra in contatto con i cantieri ed il mondo dell’edilizia, restandone affascinato. Si dedica agli studi di architettura, diventa inoltre frate gesuita nel 1671 dedicandosi soprattutto alla realizzazione di edifici sacri, oltre che urbanista partecipando alla ricostruzione di Avola e Noto, distrutte dal terremoto.
Il suo primo progetto potrebbe essere stata la chiesa di Sant’Angelo, patrono della città ma su cui non si hanno notizie confermate. A lui viene attribuito un progetto del 1658 e la realizzazione parziale della facciata della chiesa. Certa è invece la realizzazione della cupola avvenuta nel 1696.
Tra le opere realizzate da Angelo Italia figurano soprattutto edifici sacri, alcuni di rilevante importanza. Un esempio è dato dalla “cappella del crocifisso della cattedrale di Monreale”, oggi patrimonio dell’Unesco nell’ambito dell’itineraio Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale.




 
Ad Angelo Italia si attribuisce anche la costruzione di una cupola presso Casa Professa, nota chiesa di Palermo. Nel capoluogo siciliano realizza altri lavori, come la chiesa di San Francesco Saverio (1685) e la cupola della chiesa del Carmine Maggiore, nell’odierno quartiere di Ballarò.
Nel 1666, prima dell’esperienza palermitana, Italia viene chiamato dai “Tomasi di Lampedusa” per la realizzazione della chiesa Madre di Palma di Montechiaro.

Tra le altre opere realizzate dall’architetto licatese, figurano:

  • Chiesa di S. Girolamo a Polizzi Generosa.
  • Chiesa di Santa Maria della Neve a Mazzarino.
  • Basilica di Santa Maria Assunta ad Alcamo
  • Disegno della chiesa di San Francesco Borgia e di di Santa Maria dell’elemosina a Catania.
  • Chiesa dei gesuiti di Mazara del Vallo.

Da recenti ricerche risulta anche aver realizzato la matrice di Avola ed il lazzaretto di Messina. Angelo Italia è stato inoltre un affermato urbanista, partecipando alla ricostruzione delle città di Avola e Noto, distrutte dal devastante terremoto nel 1693. Soprattutto Noto, oggi capitale del Barocco siciliano, conserva per gran parte la pianta urbana realizzata in quel periodo.

Angelo Italia muore a Palermo il 5 maggio 1700.

Alcune delle opere di Angelo Italia

 

 

 

 

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Licatesi illustri – Giuseppe Bellisario, #ilcompositore

Nel 1995, il già Premio Oscar, Giuseppe Tornatore è stato incoronato a Venezia col Gran Premio della Giuria per il film “L’uomo delle stelle”.
In quel bel film c’è un pezzo di Licata.

C’è Giuseppe Bellisario, nato a Licata il 14 aprile 1902 e conosciuto nel mondo.
A lui si deve la composizione di diverse marce tra le quali quella, bellissima, dedicata per l’appunto al “Cristo alla Colonna” e che Giuseppe Tornatore ha scelto come parte della colonna sonora de “L’Uomo delle Stelle”. Il film, con Sergio Castellitto, è ambientato nella Sicilia del secondo dopoguerra. Castellitto è un giovane impostore, che gira l’isola promettendo alle persone di farle diventare idoli del cinema italiano e americano. Le audizioni – ovviamente a pagamento – daranno al protagonista modo di incontrare una gran varietà di personaggi.
 




 
Le musiche del film sono quasi tutte realizzate dal maestro Ennio Morricone.
Quella che invece si ascolta durante i funerali del capomafia e nella scena del pestaggio di Joe, è stata realizzata dal direttore e compositore licatese e tratta da una famosa “Elegia funebre per banda”, dedicata al “SS. Cristo alla colonna”. L’inimitabile apertura del brano e a seguire il tema centrale, hanno reso il motivo tanto celebre da ispirare grandi compositori moderni – Nino Rota, Carlo Rustichelli, Ennio Morricone – per altre colonne sonore di film ambientati in Sicilia: Il padrino, Divorzio all’italiana, La baronessa di Carini, In nome della legge, Il giorno della civetta.

Pur scritta nel 1933 ancora oggi “Cristo alla Colonna” è una delle elegie più eseguite in tutta l’isola, tanto che nel 2011 Lando Buzzanca l’ha scelta per un suo film girato a Ragusa.