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Cose su Licata

Cose su Licata

Lo sappiamo che non sono solo 5 e che questo elenco potrebbe andare all’infinito.

Alcuni non li abbiamo messi volutamente, come arancine e cannoli che oggi, al di là del gusto, possiamo trovare a Milano, Berlino o New York.
Altri magari, comprando gli ingredienti e armandosi di pazienza e spiegazione della mamma, possiamo anche realizzarli a casa nostra, pensiamo a cibi a base di pesce o alla “pasta a forno con gli spaghetti”, tipica se non esclusiva, delle nostre zone.
Abbiamo omesso i pasti tipici, come impignulati o mastozzala, caretteristici soprattutto nel periodo natalizio.




Ma ci sono alcune cose, di uso quotidiano che solo quando torniamo a Licata possiamo apprezzare.

A Mafarda

mafalda-con-mortadella-In realtà, quando viviamo fuori, è il sapore del pane licatese in generale a mancarci.
C’è chi la notte sogna quartini, chi u menzu chilu. Ma la regina è lei, la mafalda.

Con la mafalda ci cresci insieme.
La ricreazione a scuola, le merende mafarda e nutella, fedele compagna nelle “pause pranzo avvolo”, emozionante in un rilassante pomeriggio di mare.

Ma è soprattutto quando si vive fuori da Licata, al cospetto di altre qualità di pane, che a mafarda affiora nei ricordi, non temendo paragoni.
Nonostante possa essere condita praticamente con tutto, a mafarda ca murtatella ha decisamente pochi rivali.

U muffulettu cu tonnu

muffulettuAlimento base della dieta del Venerdì Santo, questo cibo viene consumato soprattutto durante questa ricorrenza.

L’utilizzo del tonno si deve soprattutto a motivi religiosi, essendo infatti bandito l’utilizzo di carne durante i venerdì di Quaresima, non è però raro scorgere “infedeli” condirlo con salsiccia.

Al tonno viene spesso aggiunto formaggio, provola soprattutto, olive nere, olio di oliva e “sbezzi”.

Sdoganata la tradizione, oggi si trovano facilmente in altri periodi dell’anno, e in attesa che arrivi un muffulettaro nelle vostre zone, a chi vive fuori consigliamo di fare una bella scorta da riporre nel congelatore.

I cacoccili

carciofi arrustutiAlimento versatile, può essere preparato e servito in parecchi modi, vince però la regina di ogni arrustuta: la fornacella.

Dopo aver tagliato le spine, occorre “sbatterli su una balata in modo da aprirli leggermente”, condirli e aspettare che la parte esterna si carbonizzi. Il risultato? Eccezionale.




A Licata è stata istituita una legge che ne obbliga il consumo soprattutto a pasquetta.
Nonostante i carciofi si trovino anche fuori da Licata, le difficoltà di realizzazione di questo rito saranno legate, oltre ai costi più alti, soprattutto al fatto che in alcuni posti, se accendete una fornacella, vi portano in galera.

A broscia ca ranita

granitaNon è un alimento tipico licatese ma più siciliano in genere; indubbiamente quella che si fa a Licata ha delle particolarità.

La prima cosa che salta all’occhio è sicuramente “u piriciuciu”, elemento fondamentale della broscia. A Licata non ne troverete una senza.

La granita poi ha una consistenza diversa da quella realizzata nel resto della Sicilia, sapori cui ci si abitua da piccoli e che difficilmente riusciremo a sostituire.
La granita è un alimento versatile: per colazione o di ritorno dal mare (estremamente consigliata), da alcuni viene anche utilizza per pranzo.
Ma una cosa è certa. Se vi piace a broscia ca ranita licatese, è solo qui che riuscirete ad apprezzarla.

I sardi arrustuti

sardeA sarda, a Licata, è qualcosa che va oltre l’alimentazione, come dimostrano alcuni modi di dire utilizzati nel dialetto locale: “arrustila a sarda”, “occiu vivu comu a sarda” (giusto per citarne alcuni).

Ovviamente le sarde non sono solo licatesi, semmai qui è molto più facile reperirle, ma soprattutto vige una forte cultura della fornacela.
Riuscite ad immaginare una scampagnata o una pasquetta senza sarda arrustuta, cipuddretta e bicchiere di vino?

Anche nel caso delle sarde arrustute vale quanto detto per i carciofi; nonostante non sia impossibile reperirli anche fuori di Licata, ci sono delle difficoltà legate al prezzo e alla possibilità di realizzare una tranquilla grigliata senza rischiare denunce.

(fonte foto: internet)

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“Narra la leggenda che, la pasta, fosse addirittura buona”.
Iniziamo scherzando e continuiamo con la carrellata di ricordi che vi stiamo proponendo in questi giorni, parlando di ciò che “c’era a Licata”.




La pasta San Giorgio la ricorderanno sicuramente non i giovanissimi, e ricorderanno sicuramente “la più buona tra le buone paste”, lo storico slogan con cui veniva pubblicizzato il prodotto, nelle radio ma soprattutto allo stadio, durante la fase più alta della storia del Licata Calcio.
Il pastificio risale, presumibilmente, agli anni ’60; è del 1959 un brevetto depositato dai F.lli Bellia & Grillo.

È stata la pasta dei licatesi fino agli anni ’90, risale infatti a quel periodo la sua chiusura.
Il pastificio sorgeva in via Campobello, dove oggi si trova l’omonimo centro commerciale.
Sempre in questo periodo a Licata era attivo anche un altro pastificio: lo ricordate?
Si trovava in via Gela, il suo nome era San Giuseppe.

 

(Fonte foto: internet)

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Non c’è licatese, di qualunque generazione (tranne le ultime), per cui questo luogo non rappresenti qualcosa.
I primi bagni, le partite a pallone sulla sabbia, le prime “mollatine” oppure i matrimoni nello storico lido. E poi ci sono i giri in motorino dopo la scuola e i “luci russi”. C’erano pure le “ncasciate”, c’erano i casotti.
E tanto altro ancora che in questo momento mi sfugge.




La Giummarella, nonostante non esista più da circa quindici anni, è ancora viva nel ricordo di molti.
È stata per molto tempo la spiaggia dei licatesi, complice la sua adiacenza al centro cittadino. Certo, prima era più grande e non c’era l’abitudine di andare nelle, allora, selvagge spiagge fuori città.
Per molto tempo c’è stato un lido, non sempre lo stesso; originariamente sorgeva sul mare, successivamente è stato costruito sulla spiaggia.

Ma la Giummarella è stata anche luogo di incontro e ritrovo. È stata il luogo dove sono nati tanti amori, sbocciati sotto “i luci russi” (in realtà il nome sembrerebbe essere legato al colore che emanavano le luci).
La Giummarella (soprattutto il lungomare) era la zona dove la domenica, soprattutto negli anni ’80 e ’90, c’era un sacco di gente, che (inspiegabilmente) stava ore ed ore a girare con il motorino, facendo sempre lo stesso giro.

La Giummarella non esisterà più fisicamente, ma è un luogo che molti licatesi, continuano a portare nel cuore.

Fonte foto: internet

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Quella dei Pupi è una tradizione tipicamente siciliana, sviluppatasi nell’isola già nel 1700 e divenuta, nel 2001, patrimonio immateriale dell’umanità.
Una tradizione diffusa anche a Licata grazie al lavoro e alla passione di Giovanni Profeta, puparo di professione.
Professione che in se ne racchiude tante altre: il puparo è infatti attore ed imitatore, realizza e ripara i suoi pupi, attività che prevede competenze come falegname, saldatore, sarto, oltre che dimestichezza con disegno e pittura.
 




 
Nato a Palermo, a Licata arriva per portare il suo spettacolo.
Il puparo Profeta resta a Licata, alla Marina realizza un teatro, dotato di palchetto e posti a sedere, affollato ogni sera da una vasta platea di spettatori.
Siamo nei primi anni del novecento, non ci sono cinema, internet non esiste e nemmeno le serie tv.
Gli “attori” principali sono Carlo Magno, Orlano e Rinaldo, ad essere raccontate sono la loro vita e le loro imprese.
Uno spettacolo altamente emozionale, la trasposizione del pubblico è talmente forte da suscitare, oltre ad applausi scroscianti e vibranti proteste, gesti anche sconsiderati.
Si narra che durante uno spettacolo, in segno di stizza, dal pubblico fu lanciata una scarpa all’indirizzo del conte Magonza, cognato di Carlo Magno, reo di una condotta immorale. Un gesto approvato dalla platea che all’autore tributarono un sonoro “Bravo”; il gesto d’ira provocò la rottura del “pupo”.

Nei decenni successivi gli spettacoli, complice l’avvento della modernità, subirono un’inflessione di pubblico; il teatro di Licata venne chiuso, il puparo Giovanni Profeta si vide costretto a fare a Gela i suoi spettacoli.
Una tradizione che purtroppo a Licata non è più tornata in voga, nonostante diversi tentativi, tra i quali quelli dello stesso Giovanni Profeta che invano ha cercato di riportare in città lo spettacolo dei pupi.
Tentativo fatto anche dal figlio Agostino, ultimo dei pupari agrigentini, che in tempi recenti è stato protagonista di diverse iniziative.

Una tradizione che, a nostro avviso, va assolutamente ripristinata e su cui sviluppare diverse iniziative collaterali, che possono contribuire alla crescita culturale della nostra città.

Il racconto è tratto da “Licata l’altra Storia”: Feste, tradizioni, mestieri, giochi e antiche ricette – Di Angelo Cellura.

(Fonte foto: internet)

 

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Da sempre sosteniamo la creazione di un “itinerario dello Sbarco”, all’interno del quale inserire le spiagge e i luoghi simbolo di quell’evento storico.
Era infatti la notte del 10 luglio 1943 quando sulle coste licatesi iniziano le operazioni dello sbarco Alleato, da cui partirà la liberazione dal nazi-fascismo.
 




 
E molti di quei luoghi finiranno sotto le telecamere del National Geographic; il prossimo 19 maggio, una troupe televisiva sarà in città per effettuare delle riprese che saranno inserite nella serie “Megastrutture WWII”. Il programma televisivo è incentrato sui luoghi della Seconda Guerra Mondiale.
Ad annunciarlo qualche giorno fa, è stato il vice sindaco Angelo Vincenti.
Saranno filmate la spiaggia Rossa (Torre di Gaffe) e altri luoghi dove è avvenuto lo sbarco, la troupe è stata inoltre invitata a visitare i diversi luoghi simbolo di quel periodo storico, che si trovano in città.

 

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Le “ntorce”, così come vengono chiamate in licatese, rappresentano sicuramente uno dei lati più caratteristici della festa.
Sono 4 e traggono i nomi dalle antiche maestranze: agricoltura (detto Piana), pastorizia (Comuni), massari e pecorai.
Circa la loro origine e soprattutto quello che rappresentano circolano diverse versioni; una vuole che siano i quattro titoli del santo: dottore, confessore, vergine e martire. Secondo altre versioni i ceri rappresenterebbero i 4 antichi castelli di Licata, si parla anche della possibilità che si tratti di navi saracene che inseguono il vascello del santo diretto a Licata oppure delle antiche corporazioni dei mestieri.




Durante la processione le “ntorce” seguono l’urna del santo, tradizione che nel 1999 è stata interrotta a causa del deterioramento delle stesse. Sono infatti in chiesa Sant’Angelo, spostarle potrebbe risultare pericoloso.

Solo negli ultimi anni è stato possibile ripristinare la tradizione grazie al rifacimento dei ceri, fedele riproduzione degli originali, con l’impegno dell’associazione culturale Vivere Licata che ha lanciato una campagna di raccolta fondi.

E proprio l’associazione Vivere Licata esprime la propria amarezza in seguito al transito di macchine e moto durante la processione del mattino in piazza Elena.
Ad invitare gli enti preposti a far rispettare il divieto assoluto di transito è Ivan Marchese, presidente dell’associazione Vivere Licata. 
Appello che facciamo nostro e giriamo ai diretti interessati.

(fonti storiche: Santuario di Sant’Angelo)

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Ovviamente è un gioco. 
20 domande con diverse varianti di difficoltà, tutte su Licata.

Scoprite quanto conoscete la nostra città.
Vi chiediamo si segnalarci eventuali problemi o errori. Grazie per la vostra collaborazione.

 




Appena sei pronto clicca su next.
Alla fine del quiz cliccare “submit” per inviare le risposte e scoprire il tuo punteggio. 

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(La foto di copertina è di Angelo di Falco)

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Bisogna andare indietro di diversi secoli.
Grazie ai documenti rinvenuti presso il Fondo Librario Antico è possibile stabilirne l’esistenza già nel 1575.
È infatti del primo ottobre (1575) un mandato di pagamento in favore del soldato spagnolo Peri Lopes, addetto all’apertura e chiusura (subito dopo il tramonto) delle porte della città.
Opere presumibilmente edificate diversi secoli prima, periodo in cui si ergevano soprattutto a difesa delle città.
Durante la dominazione araba in Sicilia (827 – 1091) viene edificato il quartiere Marina, la città inizia ad assumere una struttura urbana più simile a quella raffigurata all’interno delle mura.




Nel corso dei secoli le mura sono state distrutte (poi ricostruite) da eventi sismici (terremoto Val di Noto), dalle invasioni turche, su tutte quella dell’11 luglio 1553.
Nel 600 inizia l’espansione oltre la cinta muraria, quando a Licata si trasferiscono molti maltesi fondando il quartiere di San Paolo.

Le porte di accesso alla città erano 5:
– Porta Grande, sita all’ingresso dell’attuale corso Vittorio Emanuele
– Porta Sant’Angelo, nei pressi dell’attuale via D’Annunzio
– Porta Nuova, nell’attuale piano Mangiacasale e dove un tempo sorgeva un bastione
– Porta Marina nei pressi dell’odierna piazza Duomo
– Porta Agnese, all’imbocco dell’omonima via

Tra le porte si estendeva la cinta muraria, il perimetro ricalcava grossomodo l’attuale corso Umberto, via Marconi, via Principe di Napoli e viale XXIV Maggio.
C’erano inoltre i due castelli: l’imponente Castel San Giacomo (nell’attuale porto) e Castel Nuovo (nell’attuale piano Quartiere).
Di tutto questo non resta più praticamente nulla, se non qualche impalpabile traccia.
Incuria e abbandono hanno gravato pesantemente sulla distruzione di queste importanti testimonianze del passato della nostra città.
Incuria e abbandono che minacciano ciò che invece oggi dovrebbe essere protetto e valorizzato, rischiando di farci perdere altri pezzi del nostro passato.
Della nostra memoria.

 

 

 

 

 

Fonti:
Fondo Librario Antico
https://forzalicata.forumfree.it
Foto:
Fondo Libraio Antico
Lions Club

 

 

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Anche in questo vale la regola che, una volta pubblicato l’articolo, verranno alla nostra mente altre cose che potevamo inserire. Intanto eccone alcune.




 
Licata non è poi un posto così anonimo.
È vero che, soprattutto il sud, balza spesso alla cronaca per motivi di cui non andare particolarmente fieri: criminalità, storie di degrado, ponti che crollano e nel nostro caso (ultimamente) case abusive.
Ma passate le emergenze e i titoli da prima pagina, sono fortunatamente altre le cose che restano impresse alla gente.
Ce ne sarebbero ancora altre, ma nella mia personale esperienza, tutte le volte che ho detto “sono di Licata”, mi hanno accostato alle cose che sto per raccontarvi.

Zeman e la serie B
È una delle prime cose che ci rispondono quando diciamo di essere di Licata.
Alcuni associano entrambe le cose, noi però lo sappiamo che Zeman e la serie B sono due capitoli distinti di una grande storia.
L’esperienza di Zeman nella nostra città viene spesso rilanciata da importanti programmi sportivi, Licata è stata la città che ha portato alla ribalta il tecnico boemo, e lo stesso Zeman ci ricorda sempre con piacere.
Il calcio ci regala altri momenti di notorietà con i ricordi, soprattutto dei calciofili, legati al “Licata delle meraviglie”.
Era infatti questa la definizione associata a quella squadra che ha regalato entusiasmo ad un’intera regione e suscitato interesse nel resto d’Italia.
Sono passati quasi 30 anni da quei due campionati in serie B, ma ancora oggi c’è chi ce lo ricorda quando dicamo di venire da Licata.

Pino Cuttaia e la Madia
“Devo venire alla Madia”.
Frase che, soprattutto negli ultimi anni, ci sentiamo rispondere sempre più spesso quando diciamo di essere di Licata.

Pino Cuttaia è ormai una “star” a livello internazionale, oltre che chef pluristellato e grazie al quale la nostra città viene associata al mangiare bene, cosa confermata anche da altre realtà che gradualmente si vanno imponendo.

Dunque Licata è oggi un posto dove, tra le altre cose, si mangia bene.




 

A ciavi, a cesa
Sono soprattutto i siciliani a ricordare la nostra città per la particolarità del nostro dialetto.

È infatti risaputa in tutta l’isola la nostra avversione per la lettera “h”.

“A Ciavi”, “A Cesa”, con associata risata, è tra le cose che ci rispondono in Sicilia quando diciamo di essere di Licata.

Motivo per cui, simpaticamente, veniamo anche presi in giro, resta però il fatto che il dialetto licatese è anche un simbolo della nostra città.

Rosa Balistreri
Con grande sorpresa, quando abbiamo detto di essere di Licata, in molti ci hanno risposto che conoscono la nostra città per aver dato i natali a Rosa Balistreri.

È invece risaputo come la nostra cantante, nel corso della vita, abbia stretto legami con personaggi d’un certo calibro, ad esempio il premio Nobel Dario Fo, rendendola popolare soprattutto nell’ambito culturale.

Licata e licatesi l’hanno riscoperta da poco, disprezzandola quando era ancora in vita, è solo dopo la morte (come lei stessa aveva detto durante l’ultima intervista) che è iniziata la fase di apprezzamento.
Problema che invece non si è posto fuori dalla nostra città, dove Rosa è stata apprezzata quando era in vita e ancora di più dopo la sua morte.

Montalbano
Noi licatesi lo sappiamo che Vigata non ha niente a che fare con la nostra città, che è un posto che non esiste, inventato da Andrea Camilleri dove si svolgono le storie del commissario Montalbano.
Ma anche grazie all’enorme successo riscosso dai libri e dalla fiction, per molti Vigata esiste e si trova sulle sponde del fiume Salso.

Tante e tante volte, quando abbiamo detto di essere di Licata ci hanno detto: “Montalbano”.

E in tanti ci hanno detto “però è bella Licata”, associando alla nostra città le immagini della fiction.
Oggi questo “mito” è un po’ più sdoganato.
Oggi in molti sanno che Vigata non esiste e che le immagini viste nella fiction si riferiscono a Ragusa e alla sua provincia.

Mare
Nonostante la tendenza a distruggere (non solo fisicamente) e disprezzare i nostri luoghi, quando abbiamo detto di essere di Licata ci hanno risposto che abbiamo una costa bellissima.
Non saremo certo nelle mete da sogno, nelle classifiche delle bandiere blu, ma chi ha visto il nostro mare non lo ha certo dimenticato. 

La varietà delle costa, l’alternanza tra sabbia a roccia, spiagge isolate sovrapposte a quelle affollatissime, bellezza di alcuni luoghi, sono queste le caratteristiche che sono rimaste impresse a chi ci ha detto che Licata ha un bel mare.
Non solo per fattori estetici, il nostro mare, forse più dagli addetti ai lavori, viene ricordato per importanti eventi storici che più volte abbiamo ripetuto, come lo sbarco alleato o le grandi battaglie dell’antichità.

 

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La scoperta, in realtà, risale all’ottobre 2016. 
Nei giorni scorsi, i volontari del gruppo Archeologico Finziade sono tornate nelle campagne di Sant’Oliva per realizzare un video con un drone.




La chiesa (scoperta dall’associazione licatese), come viene spiegato nella pagina Facebook del gruppo Finziade, ha un impianto adsidato mononavato, molto probabilmente risale all’età medievale. Non è da escludere che nei secoli successivi la chiesa abbia continuato la sua funzione religiosa, oltre ad avere subito una ristrutturazione. L’abbandono è probabilmente legato allo spopolamento delle campagne licatesi. 
La chiesetta di Sant’Oliva è il secondo ritrovamento del genere effettuato dal Gruppo Archeologico Finziade, ricordiamo infatti come appena l’anno scorso, sulla sommità della “Rocca” siano stati rinvenuti dei ruderi che, quasi sicuramente appartengono alla chiesa rupestre costruita tra il XII e XIV secolo.

Sulla pagina Facebook c’è anche il video della visita alla chiesa di Sant’Oliva, per visualizzarlo occorre cliccare sul link ed essere registrati su Facebook.

https://www.facebook.com/watch/?v=1487069371428712